Si avvicina la fine dell’anno e, con essa, la prospettiva di nuovi o rinnovati buoni propositi per rendere la nostra vita migliore, sotto tanti punti di vista.

Sarà perché di recente ho rivisto il film sui Queen e quindi risentito la meravigliosa canzone che dà il titolo a questo articolo (colpevolissima di plagio, ne sono consapevole…ma che plagio!), ma da quando siamo entrati nell’ultimo mese dell’anno, l’inizio della fine, non riesco a fare a meno di pensare all’unico film con Christopher Lambert che secondo me valga la pena di rivedere a ripetizione, con la rivivificazione che scuote e sconvolge il protagonista ad ogni testa d’avversario tagliata.

Per fortuna, possiamo sentirci più vitali anche senza portarci in giro una spada medievale con cui cui decapitare il prossimo, per quanto la tentazione in alcuni casi possa essere forte.

In compenso, possiamo “amputare” ciò che ci appesantisce e che ci limita i movimenti, sia in senso letterale che metaforico. Quale migliore occasione di farlo, del tradizionale rito di passaggio, scandito da fuochi artificiali e tappi di spumante che saltano, con cui salutiamo ciò che finalmente possiamo lasciarci alle spalle e accogliamo quello che, a dita incrociate, speriamo che sia il meglio per noi?

Se non avete ancora preparato la lista dei buoni propositi, o non avete ancora rispolverato quella dell’anno scorso, mi permetto di darvi qualche spunto per prepararvi al 2022.

Iniziamo dicendo che i tappi di spumante cominciano a saltare un bel po’ prima di Capodanno, per non parlare dei panettoni e pandori aperti. In questo clima di festeggiamenti anticipati, ci siamo forse un po’ persi la preparazione e l’attesa, fatte anche di un pizzico di sacrificio, che sono una parte fondamentale dei riti di passaggio e che, una volta, caratterizzavano anche il periodo che anticipava quello che per noi è quello delle Feste natalizie.

Mi riferisco al primo dei Quattro Tempora, che cadeva proprio tra la terza e la quarta domenica dell’Avvento, secondo il rito romano della chiesa cattolica; questa però, vale la pena ricordarlo, aveva semplicemente “canonizzato” una pratica consueta degli agricoltori, consolidata nei secoli e che probabilmente derivava addirittura da usanze celtiche.

In questo gruppo di tre giorni, mercoledì, venerdì e sabato, tra le altre cose si praticava il digiuno, insieme a una serie di preghiere di ringraziamento. Qualcosa di quelle usanze è rimasto, come per esempio l’abitudine di non consumare carne il venerdì e, sembra, il nome del Tempura, il fritto giapponese di pesce e verdure, che pare derivi proprio dai Tempora, praticati dai gesuiti al seguito dei marinai portoghesi giunti, nel XVI secolo, in Estremo Oriente.

Lungi da me l’idea di “convertirvi” (anche perché sarei la meno indicata) o di invitarvi al nostalgico e vuoto ripetersi di usanze desuete; tuttavia, non posso non pensare che, tra quei famosi buoni propositi, almeno ad anni alterni compaia quello di “fare la dieta”. A questa intenzione, scritta a matita su un foglio strappato da un blocco appunti immaginario, è tendenzialmente associata l’idea, quella sì messa in pratica, di lasciarsi andare completamente agli eccessi alimentari, perché tanto si rimedierà dopo.
people having a toast

Ecco, io in questo ci vedo due sottili minacce alla nostra salute fisica e mentale: la prima è l’eccesso stesso, a cui è facilissimo abituarsi, tanto da perdere la percezione che, in effetti, lo sia. La seconda è la sottintesa “penitenza” associata alla fine degli eccessi.

Insomma, a cavallo del nuovo anno non è desueto passare da un estremo all’altro, da pietanze ricche, aperitivi e dolci offerti e gustati anche in giorni non festivi – perché “tanto ormai” – all’astinenza totale, sofferta e in certi casi pure ostentata, da qualunque cosa abbia almeno il ricordo di essere un cibo gustoso, nelle prime settimane del nuovo anno.

Ecco, per riassumere, il mio invito è quello di non lasciarvi ingannare dal “tanto ormai”. Il “tanto ormai” è quello che ci fa prendere tre cioccolatini dal vassoio in ufficio, invece di uno, che ci fa ordinare il delivery anziché cucinare non una ma 3-4 volte a settimana, che ci fa rassegnare a mettere in fondo all’armadio quei pantaloni che, all’inizio dell’anno che sta ormai per finire, ci eravamo ripromessi di infilare.

Il “tanto ormai” è la vocina nella testa che, con finta, compassionevole complicità, ci dice che in fondo non siamo capaci di mantenere le promesse fatte a noi stessi.
Il “tanto ormai” è quello che, sotto sotto, ci fa sentire colpevoli di gustare quello che ci piace.

Il “tanto ormai” è la prima cosa da gettare dalla finestra il giorno di Capodanno, perché appesantisce e ostacola più di qualunque oggetto vecchio e rotto che ingombra armadi o cantine. Anzi, perché aspettare Capodanno? Prima si fa fuori, meglio è.

Come? Direte voi. Beh, sembrerà scontato e banale, ma semplicemente “prendendo le distanze”.

Fateci caso: abbiamo imparato a prendere le distanze da lavori che non fanno per noi, relazioni tossiche, ambienti in cui non ci troviamo a nostro agio, con la consapevolezza che quelle cose non ci appartengono, sono state qualcosa di temporaneo ed estraneo, che ha finito per appesantirci e ostacolarci e quando finalmente ce ne siamo liberati, abbiamo iniziato a respirare un’aria nuova. Prendere le distanze e fare pulizia sono pratiche salvifiche: perché non proviamo ad applicarla anche quando si parla di eccessi alimentari?

Accompagnatemi un momento in questo parallelismo e immaginate che salatini, pizzette, dolci e quei 2-3 bicchieri di spumante in più siano come una persona incontrata ad una festa, con cui vi siete divertiti alla follia: quella persona era perfetta per quel momento, la sua compagnia vi ha fatto vivere la festa in modo più spensierato ed entusiasta; tuttavia, il giorno dopo vi rendete conto, parlandoci, che non avete nulla in comune e che frequentarla non vi porterebbe alcun arricchimento. Certo non vi ostinate a rivederla ancora e ancora nei giorni seguenti, perché “tanto ormai” vi siete divertiti insieme una sera. D’altra parte, non vi colpevolizzate certo per la sua frequentazione in quella particolare occasione.

Perché allora mangiare, ancora oggi, una fetta di panettone a fine pasto, se la festa con i colleghi di ieri è finita e oggi non è ancora Natale? Oppure: perché sentirvi in colpa e punirvi, se il giorno prima avete (giustamente) festeggiato con gli amici?

I momenti speciali, in qualunque cultura, sono sempre accompagnati da pietanze e/o bevande particolari; quindi è giusto e sacrosanto viverli con la piena consapevolezza di quanto siano speciali e…limitati, proprio come la festa a cui abbiamo incontrato il/la divertente sconosciuto/a. Il domani, come direbbe Rossella O’Hara, è un altro giorno e possiamo tranquillamente tornare alle nostre abitudini, senza sensi di colpa e senza continuare a strafare; anzi, magari possiamo rubare un po’ di ispirazione dai Quattro Tempora e dedicare la sera successiva a un salutare digiuno, per concedere un po’ di tranquillità al nostro sistema digerente e a quello immunitario, che saranno ben felici di una breve astinenza per rimettersi in fase. Avremo così preso definitivamente le distanze dagli eccessi del giorno prima.clear glass mug with yellow liquid

E poi? Poi possiamo iniziare a chiederci se, tra quello che mangiamo abitualmente, c’è qualcosa di non particolarmente sano che ricorre molto spesso, per quella che chiamiamo abitudine, ma che possiamo pure definire pigrizia mentale, che ci impedisce di togliere il pilota automatico quando andiamo a fare la spesa. Per esempio, avete fatto caso a quante volte a settimana mangiate affettati? Anche se, dopo averli mangiati, magari sentite una sensazione di acidulo salire dallo stomaco? Probabilmente, più di una volta a settimana, che è la quantità massima menzionata nelle linee guida dell’OMS. E i formaggi? Anche se magari, dopo, sentite movimenti strani nella parte bassa dell’addome. O pane e pasta da farina raffinata? Anche se dopo, forse, vi sentite particolarmente assonnati e avete bisogno di un caffè doppio. E dolcini a fine pasto o a metà pomeriggio?

Ecco, iniziare con un poco di consapevolezza, ci consentirà non tanto di dare l’addio a questi cibi, ma piuttosto di prenderne le distanze, “frequentandoli” un poco meno a favore di alimenti più sani come legumi, cereali integrali, pesce, verdura, scoprendo nuovi sapori o riscoprendo quelli della nostra infanzia e facendo caso a come il nostro corpo reagisce al cambiamento.

Per tornare al titolo, non si può vivere per sempre (e sotto sotto, nessuno lo vuole), ma possiamo fare moltissimo per migliorare la vita di ogni giorno. Non solo nelle prime due settimane dopo Capodanno.

Un saluto festivo

dalla vostra consulente nutrizionale
Tatiana Gaudimonte
info@loveyourbody.ch

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