Uno dei feedback che ricevo più di frequente da chi vuole dimagrire, dopo la prima consulenza, é che la persona in questione mangia di più rispetto a prima.
Questo approccio lascia spiazzati, lo ammetto: anni ed anni a leggere che per perdere peso bisogna mangiare di meno, e poi arriva “questa” (che sarei io) a dire che si può, anzi si deve mangiare a sazietà. Inaudito!

Eppure, carta canta: guardando i grafici della composizione corporea dei miei clienti, posso indicare con un margine molto piccolo di errore chi si é fidato e ha provato a seguire questo sistema e chi è rimasto, ognuno naturalmente con le proprie rispettabilissime ragioni, all’approccio di restrizione.

È quindi con un appagante senso di conferma che oggi ho letto l’articolo, pubblicato lo scorso settembre sull’American Journal of Clinical Nutrition, nel quale si propone una causa diversa dalla iper-nutrizione, per spiegare la diffusione sempre più ampia dell’obesità. I ricercatori propongono il cosiddetto modello CIM (modello carboidrati-insulina), in cui é proprio l’eccessivo deposito di grasso a mandare un segnale di “carestia” ai nostri centri di controllo della fame, in collaborazione con diversi altri fattori (cioé più ingrassiamo, più al corpo sembra di essere in carenza e reclama più cibo). Secondo questo modello, quindi, non é attraverso la restrizione calorica che si può eliminare il grasso in eccesso, ma agendo contemporaneamente su tutti questi fattori.

Innanzitutto, come dice il nome, l’insulina ha un ruolo chiave. Questo ormone, secreto dal pancreas, ordina alle cellule non solo di “sequestrare” il glucosio dal sangue, ma anche di usarlo per costruire massa. In caso di una dieta basata su alimenti ad alto impatto glicemico (ossia che fanno salire velocemente lo zucchero nel sangue), a prescindere dalla loro quantità, questa massa sarà principalmente tessuto grasso. Inoltre, il rapido stoccaggio dello zucchero nelle cellule adipose, epatiche e muscolari, fa scendere rapidamente lo zucchero nel sangue, il che causa un nuovo “bisogno” degli stessi cibi, e via che torna la fame. Il deposito sempre maggiore di grassi, poi, causa una progressiva resistenza all’insulina, il che significa che ad ogni pasto ne verrà prodotta sempre di più, con un effetto tipo circolo vizioso.

Il pancreas secerne anche l’antagonista dell’insulina, il glucagone. Questo ha un’attività del tutto opposta, ossia stimola l’utilizzo dei materiali di riserva, per produrre energia. Peccato che, se si mangia più volte al giorno (è quello che succede quando a poche ore dal pasto si ha ancora fame, come descritto sopra), il glucagone non avrà molte occasioni di mostrarsi e di farci “bruciare” il grasso in eccesso.

In questo modello compaiono altri attori, come il momento e il tempo dedicato al pasto, l’infiammazione e le conseguenze delle influenze ambientali (attenzione: anche lo stress può essere considerato “influenza ambientale”. Insomma, tanti elementi che vanno a dipingere un quadro decisamente più complesso della regoletta “mangio meno, quindi dimagrisco” che ormai, come dovrebbe essere noto almeno ai professionisti del settore (anche se purtroppo il condizionale è d’obbligo), non solo sminuisce il meraviglioso lavoro di regolazione del nostro organismo ma, cosa più grave, non funziona.

Un meditativo saluto


dalla vostra consulente nutrizionale
Tatiana Gaudimonte – info@loveyourbody.ch

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Fonte:  Ludwig DS et al. (2021). The carbohydrate-insulin model: a physiological perspective on the obesity pandemic. The American journal of clinical nutrition.
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