Di recente ho avuto l’opportunità, grazie a un corso di aggiornamento, di approfondire una tematica che mi è sempre stata a cuore: la psicologia dell’alimentazione.

Nei primi due giorni di lezione abbiamo preso in considerazione i diversi fattori che influenzano il comportamento alimentare dell’uomo moderno, da elementi di tipo culturale e sociale, come per esempio l’obbligo di consumare carne kosher per gli ebrei oppure il cosiddetto “venerdì di magro” di stampo cattolico, a fattori economici (la spesa alimentare cambia sensibilmente nei diversi strati della società), a stimoli interiori come il valore affettivo attribuito a un determinato cibo legato a una fase della nostra vita.

Ciò che mi ha lasciato stupita, è che tra i vari elementi che condizionano le nostre abitudini alimentari, nonché i nostri gusti, l’unico a non essere stato preso in considerazione dalla nostra, seppur preparatissima, docente, è stato proprio il cibo stesso.

Mi spiego meglio. Analizzando il caso della persona che, a fine di una giornata pesante, mangia in solitudine (o di nascosto dai propri cari) un’intera tavoletta di cioccolata o un chilo di gelato, non si è mai fatto cenno al fatto che la voglia smodata di ingozzarsi di quel determinato cibo non è solo il risultato di traumi infantili, rapporti problematici con l’altro sesso, condizioni economiche difficili e via dicendo, ma anche lo stesso cibo in questione.

Questo fatto, chiarissimo ai professionisti di alimentazione di segnale, è determinato da due elementi di natura puramente fisiologica.

Il primo è il legame tra il consumo di cibi zuccherati e produzione di serotonina. Se mangio qualcosa di dolce, grazie alla serotonina, ho immediatamente una sensazione di benessere. Peccato che poi l’azione dell’insulina, sovrastimolata dall’impennata della glicemia, faccia scendere altrettanto rapidamente gli zuccheri nel sangue, lasciandomi nuovamente insoddisfatto, stanco, nervoso e bisognoso di un nuovo “shot” zuccherino. Un circolo vizioso, insomma. Cito, a questo proposito, un passaggio di Elizabeth Somer, nutrizionista americana e autrice del libro Food and Mood: “Scegliere alimenti ad assorbimento lento, mantiene i livelli di zucchero costanti e fa sì che lo stato emozionale sia stabile”.

Il secondo elemento è il cosiddetto microbiota, ossia la popolazione di microorganismi che abita nel nostro intestino. Con questi “animaletti” abbiamo un’interazione a doppio senso. Da una parte, noi possiamo modificare la composizione di questa vasta popolazione microbica, semplicemente cambiando le abitudini alimentari. Dall’altra, essi possono influenzare le nostre scelte alimentari producendo sostanze che ci invogliano a mangiare quesi cibi che sono più vantaggiosi per loro. Se mi abituo a mangiare frutta, verdura e semi oleaginosi al posto di popcorn e cioccolato, favorisco la crescita di quei microorganismi che mi influenzano a gradire uva, finocchi e noci più del cosiddetto cibo spazzatura, che non mi attirerà più.

Quindi, tutto sta a vedere se vogliamo restare, passivamente, a farci influenzare da questi giochi ormonali e dalle attitudini nutrizionali dei nostri microabitanti intestinali, oppure se vogliamo intervenire in modo attivo per cambiare le cose.

Fare un piccolo esercizio di pura volontà, lasciando sullo scaffale i soliti junk food ed imparando a gustare un cibo più naturale come un frutto, è un primo passo verso una migliore salute mentale, più efficace e veloce di quanto possa immaginare chi dice, convinto: “ah, io alla xxxx non posso rinunciare, è troppo buona!”. E probabilmente meno impegnativo, in tutti i sensi, di una seduta psicoterapeutica.

Un attivo saluto dalla vostra consulente nutrizionale
Tatiana Gaudimonte
info@loveyourbody.ch

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